Sto* disegnando!!!

DI CELLULOSA E DI GRAFITE

«Ma qual è l’equivalente contemporaneo dei tarocchi come rappresentazione dell’inconscio collettivo? Pensai ai fumetti: non a quelli comici, ma a quelli drammatici, avventurosi, paurosi: gangsters, donne terrorizzate, astronavi, vamps, guerra aerea, scienziati pazzi.»
Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati, Mondadori, Milano, 1994

«[…] il significato di ogni singola carta dipende dal posto che essa ha nella successione di carte che la precedono e la seguono […]»
Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati, Mondadori, Milano, 1994

 

Capelli scuri, occhi scuri, l’anonimato. Occhiali scuri, per uscirne.
Non ne aveva bisogno, però.
Nessuna iniziale sul campanello e nessuna lucida targhetta d’ottone sulla porta, eppure tutti sapevano che avrebbero potuto trovarlo lì.
Senza bisogno di prendere appuntamento, di giorno e di notte, una processione di volti senza alcuna caratteristica in comune sfilava senza sosta, recandosi con ordine là dove era certa di ricevere ospitalità e ristoro. Entravano uno alla volta dalla porta di legno verniciato e ormai scrostato, di quelle con il pomello da girare per aprire, di quelle con due gradini di granito davanti e magari qualcuno che scopa diligentemente il metro quadrato di marciapiede di proprietà, occupazione sisifesca.
All’interno poche cose, quelle giuste. Un giradischi con una pila di 33 giri accanto e un dito di polvere come copertina. Delle casse sempre in funzione, tremanti per i sordi colpi dei bassi. Un frigobar bianco, aperto, con la luce tremolante, qualche birra e molti più fumetti all’interno. Un divano, divano letto forse, dalla tappezzeria logora per il continuo andirivieni.
Si sedevano e aspettavano.
Attendevano pazientemente di sapere come il loro destino si sarebbe scontrato con quello degli altri questuanti, con cui, volutamente, non avevano scambiato né uno sguardo né una parola.
Con mosse abili da imbonitore da strada, con gesti sicuri e lenti, privi di qualunque studiata ricerca di suspense, lui li accoglieva ritirando l’obolo di cellulosa e grafite, leggero ma prezioso, e lo inseriva tra fogli simili, custoditi in una cartelletta di cartone con l’elastico, che faceva affiorare alla mente i ricordi delle scuole medie, delle lezioni di tecnica, della difficile scelta della grammatura della carta.
Sfilava i tarocchi e, quasi accarezzandoli, li disponeva sul tavolo, a testa in giù, così che solo la scrivania potesse sapere cosa celavano. Avevano i margini usurati, gli angoli piegati dallo scorrere del tempo, ma non potevano essere sostituiti. Da questi segni qualche osservatore acuto o qualche visitatore fedele era in grado di riconoscere ciò che custodivano, ma non era importante, perché il mutevole significato dipendeva non dal singolo tratto, ma dall’occhio.
Girava una carta alla volta, come sovrappensiero, privo della curiosità di scoprire la sequenza e come il pegno novello avrebbe modificato il flusso mai lineare della narrazione.
Finalmente guardava i fogli, il racconto poteva avere inizio. E non si sapeva se fosse la sua voce a narrare o se fossero le carte ad animarsi prendendo parola, ma non era nemmeno tanto importante capirlo, perché la sola cosa rilevante era che permettevano di farsi ascoltare.
Quando il fluire delle parole si interrompeva, riponeva i fogli nella loro custodia, mentre, senza bisogno di altri segnali, la stanza rimaneva vuota.
Prima di uscire, prendevano un biglietto da visita.
Michael Rotondi, creatore di storie.

Marta Cereda

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