Postuma Ecclesia

IN PIEDI SUL NULLA

Conversazione con Claudio Asciuti

Cominciamo dalla denominazione della tua attività di artista: Quadreria Romantico Seriale mette assieme il concetto di quadreria (che è un vocabolo arcaico, indicante una mostra di quadri in uno spazio che non è un museo, ma neppure una galleria); romantico, che ci riporta direttamente all’idea della kultur romantica ottocentesca, mentre seriale è un aggettivo che nella sua idea di iterazione approda alla cultura tec- nologica. Fino a che punto il tuo progetto rientra sotto l’egida di queste parole?

Con questo nome volevo principalmente due cose: personalizzare il meno possibile la mia attività artistica sviandola in qualcosa di più ampio, e un nome-maschera che portasse in sé un’idea di stile come sintesi di opposti. Ma volevo anche distaccarmi da una certa tendenza asettica e anglofona, o peggio “cool”, tipica dei progetti contemporanei di arte visuale. Comunque non pochi principi originari del romanticismo, inconciliabili a quelli che fondano la realtà attuale, sono assimilabili allo spirito della QRS. È sempre piacevole stare dalla parte “sbagliata”.

La tua precedente personale siglata con un altro progetto si intitolava Più buio che a mezzanotte non viene; questa Postuma Ecclesia. In entrambi in casi ravviso una tendenza alla nerezza come condizione estetico-esistenziale dell’opera pittorica che trapassa, nel fondaco delle proprie memorie, dal Sole nero alla nigredo – la prima fase della tripartizione operativa alchemica. Termini che s’intrecciano con la tua pittura, che in molti aspetti conserva questa caratteristica di opera al nero, di rappresenta- zione del “nero più nero dello stesso nero” degli alchimisti dopo quaranta giorni di elaborazione; “epifania della nerezza”, appunto, e sua necessità. Pittura sica, buia, a tratti squarciata da improvvise illuminazioni. Mi vuoi dire qualcosa su ciò che si oppone alla “solarità”, non quella conclamata dai media, ma quella dello spirito?

Con il precedente progetto, Mass Inc., ho lavorato no al 2009. Questa per Circolo- quadro è la prima personale della Quadreria Romantico Seriale. Il titolo Postuma Ecclesia richiama un’idea di consorteria tra “postumi”, tra nati orfani del proprio tempo. Giustamente parli di “nerezza”. Ti dirò, ho sempre avuto un’istintiva attrazione per ciò che il “nero” rappresenta sul piano simbolico. Sovente il nero identi ca un omissis, un rimosso culturale, qualcosa di impresentabile. Ma al tempo stesso ha una natura rituale, elegante. In me ha di certo giocato molto l’idea di dipingere per negazione, ossia con un colore che è “assenza di colore”. Le luci delle immagini QRS sono ottenute per rimozione: viene tolto uno strato di pigmento per lasciare trasparire il fondo metallico (in argento o in oro, altro riferimento alchemico). Un effetto molto dif cile da riprodurre, è anti-mediatico, predilige la visione diretta. Mi ha colpito subito questa particolarità, ne ho fatto una cifra stilistica. Ti ho fatto questo discorso sulla luce per avvicinarmi alla solarità di cui parlavi. Il logo della QRS è un cigno, tradizionalmente il suo simbolo. La “solarità” in cui credo è forza trasformatrice di rinascita, congiunzione degli opposti. Ciò che le si oppone è l’essenza stessa dell’oggi, è il vuoto.

C’è un tuo lavoro che io reputo altamente signi cativo, che segna un inganno e cela una verità nascosta. L’occhio dell’osservatore non può fare a meno di rilevare, nell’im- magine disarmata di questa gura femminile che sosta in un viottolo boschivo, una stretta analogia con il abesco. È una gura che si aggira smarrita sul sentiero inter- rotto, con il suo abito squisitamente demodé, il volto celato da una maschera volpesca, le mani strette sul ventre. Sul sentiero della volpe fa ricordare la funzione del bosco in cui smarrirsi. E questo è l’inganno. Le volpi del dio nipponico Inari si manifestano in sembianze umane, spesso proprio nell’aspetto di giovani donne. La volpe diventa soror mystica, sentinella di una via smarrita.

A distanza ormai di parecchio tempo l’immagine che hai citato mi sfugge ancora. Ri- cordo anche che fu stranamente laboriosa. Occhi diversi dai miei la sanno interpretare immancabilmente meglio di quanto possa fare io, tu ne sei la conferma. Questo mi fa sorridere perché quella “volpe” agisce proprio come una kitsune giapponese. M’intriga pensare di esserne stato più un esecutore che il suo ideatore. Hai parlato del valore simbolico del bosco: per chi come noi si è formato all’interno della tradizione europea – anzi, indo-europea – boschi e sentieri sono luoghi di iniziazione, consapevolezza, affermazione e rivolta. Ci si smarrisce, si cambia pelle, poi ci si ritrova. Le trasforma- zioni più profonde hanno sempre questa natura meta sica e al tempo stesso “boschiva”. Nel mito e nella favola si può sempre trovare forza per le proprie azioni. Mentre in una realtà tecnocratica tutto questo viene estirpato, anche deriso, le “rinascite” hanno solo un carattere economico. La tua lettura dimostra quanto un’opera non debba ridursi ad apparenza estetica, ma richiamarsi ad archetipi e simbologie. Solo così si può raccontare qualcosa.

Il conflitto “padre di ogni cosa” è alla base della nostra civiltà dai tempi di Eraclito o da quelli del Bhagavad Gita. Non è rara la presenza di uniformi nei tuoi lavori. La serie Sotto il segno di nostra luce raccoglie queste ispirazioni. Soldati di ogni età e fede si incontrano sulla tela, trasformati e tras gurati, a volte quasi cancellati nel loro sembiante, come segni che rimandano a una forma assoluta che si autode nisce e si appaga in sé, un’estetica autonoma che vive per se stessa.

Le uniformi nascono per una mansione. Questa loro estetica oggettiva mi attrae. Devono essere funzionali, ma al tempo stesso dare un decoro. Un’uniforme esprime anche uno stile impersonale, un atto di fedeltà e appartenenza: non è comune trovare qualcosa di così altrettanto anti borghese e anti individualista. Anche le rivolte, se radicali, hanno le stesse caratteristiche di un’uniforme. Non esiste una sola azione incisiva che non abbia una natura gerarchica, quindi sacrale. Andare contro un ordine realizzato, così come difenderlo o affermarlo, prevede quanto meno essere disposti al sacri cio. La disciplina ha questa sensualità. È un’estetica al di là di ogni storicismo. Mi preme partire da una tabula rasa ideologica, da una zona franca dove etica ed estetica si possano fondere al di là di ogni giudizio.

I meccanismi della creatività risultano ignoti e ogni concezione estetica che ad essi abbia fatto riferimento non si è spinta oltre una ricognizione immediata. In relazione a ciò che vedo nelle tue opere transiterei da Nietzsche verso Jung. Una spinta alla creazione che individua i caratteri umani e li plasma, un’energia che illustra forme archetipiche ed eterne manifestantesi nel quotidiano, lo spirito dionisiaco che attraversa la materia e ri uisce verso i centri dell’essere.

La creazione artistica non dovrebbe tanto concentrarsi sulle opere in sé, quanto affermare un’estetica esistenziale. Ora come ora m’interessa solo questo tipo di creazione. L’arte attuale non ha sangue, è anemica. L’hanno presa in ostaggio i suoi stessi autori facendone un feticcio mondano. L’autorialità è un concetto debole e snervato. Un’opera potrà anche essere il risultato geniale di un esercizio estetico, ma se non è portatrice di un ordine di idee oltre il suo esecutore, rimarrà sempre bigiotteria culturale. Vero è che l’esistenza entro cui siamo costretti non permette nulla di tutto ciò, se non per slogan. Ecco perché ritengo che la più elevata pratica artistica sia la realizzazione di una forma come totalità in cui inserire ogni espressione creativa. Tutto, anche la politica, dovrebbe rispondere a un’estetica, a un sentire la vita.

Ancora sull’estetica. Come tutti gli artisti, quel che è il segno della poetica è la tecnica – la tua è molto particolare. In una tua intervista l’hai strutturata in forma alchemica. Osservando i tuoi lavori si capisce da un lato l’iniziatico sentiero che ti conduce verso l’opera, dall’altro una poetica che procede uni cando esperienze tutte diverse. L’artista insomma nella sua weltanschauung è uno spazio in cui le cose si incontrano, oppure è una sorta di gazza ladra che si aggira raccogliendo spunti che poi uni ca e mette assieme?

Nel contesto attuale l’artista ha lo stesso ruolo di un ricettatore. S’impossessa del mate- riale proveniente da altri “delitti”, magari cancellandone tracce e impronte per ricavar- ne un proprio bottino poetico. Ma a parte questa considerazione, che non vuole certo essere moralistica, semmai operativa, si tratta invece di incarnare uno stile, non di farne una poetica estetizzante con dei surrogati chiamati “opere d’arte”. Questo signi ca che la s da ultima – la più aspra e signi cativa – è assoluta, meta sica, si pone sul limite più estremo della vita. L’arte deve trasmutarsi in Destino. In questo consiste la natura “alchemica” di uno stile capace di essere nella totalità delle azioni, di dare forma a un’idea di mondo, realizzare una weltschauung. Mentre le opere, per quanto importanti ed eccellenti siano, non possono che rappresentarne alcuni tasselli. Per ciò che riguarda l’artista comunemente inteso, con le sue magni che ossessioni estetizzanti, i suoi trava- gli autoriali e i suoi ribellismi con aperitivo, ne desidero l’estinzione, al pari di questo sistema culturale che lo ha generato.

Lo stile come riflesso di un ordine meta sico rende in modo particolare l’idea del fare arte, del fare della propria vita un’opera d’arte. Cosa che in misura diversa fece anche un Mishima. Ma che videro anche i situazionisti, in un’altra ottica. Ora la tua pittura non è estetismo, in senso borghese, ma è piuttosto estetica intesa nel suo signi cato originale di “sentire attraverso i sensi”. Non mi viene difficile dire che il corpo spesso è quello che produce l’immaginario, quello che produce idee. Un gesto pittorico incentrato sull’azione oppure sul nascondimento del corpo, sul suo disvelarsi: allora il corpo è fine oppure strumento?

Il corpo è un confine, un limite, un territorio mitico dove ci si gioca tutto ma non si esaurisce nulla. Anche l’opera è in sé un corpo, come gli stessi soggetti che eventualmente rappresenta. Un certo “inestetismo” diffuso nasce dall’incapacità di sentire, è il riflesso cupo delle nostre democrazie in avanzato stato di produzione, avariate in ogni aspetto del vivere. Quando parlo di “estetica”, la tua puntualizzazione è essenziale, non mi riferisco certo al suo signi cato storicamente borghese, illuministico. A mio parere è proprio l’idea di una società che non vuole più eroi, glia della cosiddetta “ragione” – che poi è solo calcolo – a generare il compiacimento per l’indifferente e il sotto tono; l’atteggiamento svilente spesso mascherato d’ironia. Il “brutto” è l’inanimato che agisce. Negare i sensi, sminuire ciò che esprime forza, risolutezza, sicità, ha sempre un che di “artisticamente corretto”. Anche per queste ragioni sono attratto da ciò che al contrario testimonia maestria, cura, rango spirituale, sapienza, coraggio sico, a maggior ragione se nasce come riscatto dall’informe. Fosse anche solo per spirito di contraddizione. Tutte queste qualità possono dare esiti luminosi, oppure oscuri, anche macabri, ma sempre distanti da qualsiasi “bon ton” democratico. La bellezza nasce dalla cura e dalla dedizione mai separate dall’ardore.

La tua pittura coniuga il futuribile con la modernità, ma senza essere moderni, restando inattuali, per così dire. Compie indagini in terreni non indagabili se non con la capacità di una sospensione del giudizio e una presa di coscienza: sui corpi, sugli oggetti, sugli squarci di paesaggi. Come se tu dipingessi ciò che non è, che potrebbe essere e che non è stato, insieme a in nite variazioni ucroniche.

La scelta di essere “inattuali” signi ca vivere in questa epoca senza farne parte, senza aderire alle sue leggi massi catrici. Il passato non è un rifugio, è semmai un avamposto. Non mi sono mai escluso dal tempo presente con il quale mi sono trovato a dover fare i conti, al contrario ho sempre utilizzato con grande disinvoltura i suoi stessi strumenti per affermare ciò che la sua ideologia rimuove, occulta o condanna. È vero, nei di- pinti della QRS ogni temporalità viene sospesa. Spesso le gure in scena portano una maschera per assumere una funzione ancora più impersonale, assoluta, al di là di ogni individuazione. M’ispiro ai rituali che prevedono l’uso di maschere, al teatro classico greco; ma penso anche all’impersonalità del teatro nipponico. La maschera sprigiona un’energia sacrale, è rappresentazione. Sono estraneo a qualsiasi estetica del quotidia- no, dove “bello” e “brutto” si annullano a vicenda lasciando spazio all’informe. Nel mio lavoro ogni storicismo si estingue. I soggetti sono dislocati, in piedi sul nulla.

Viene spontaneo domandarsi se davvero l’opera d’arte dipende dal modo di produzione della società in cui opera l’artista o meno, dal momento che, come hai sottolineato tu in precedenza, è un “ricettatore”. In altri termini, la tua pittura la si potrebbe pensare figlia (ribelle) di una società in cui il modo di produzione è ancora seriale, ripetitivo, capitalistico; ma nel contempo la sua genetica è quella dell’artigianalità, intesa nel senso della bottega dell’arte e non della Factory wharoliana; e in ne affonda le sue radici in una temperie esoterica, in uno strato di immagini archetipiche a-storiche, quasi forme eterne. Ci potresti dire qualcosa a proposito?

Ciò che in arte oggi incide più di ogni altra cosa sono i modi di circolazione dell’opera. Senza alcun dubbio. L’artista, come i suoi lavori, è poco più di un materiale. Addirittura si è così ammansito che si offre lui stesso per essere gestito da altri, è quasi divertente vederlo poi con le sue pretese d’autore. Non solo: se da una parte è irripetibile l’antica maestosità dei maestri al servizio di un’idea superiore e trascendente, dall’altra manca quel “sacro furore” assoluto, meta sico, capace di mutare gli equilibri imposti. Non si va mai al di là del solito innocuo ribellismo da “mondo migliore”, mentre di questo mondo bisognerebbe solo accelerare la fine. Anche per tali ragioni sostengo che per arte si dovrebbe intendere soprattutto una pratica, una milizia (anche interiore) che ha come scopo la realizzazione di uno stile totale. Questo è il punto nevralgico. L’attualità non è altro che una decomposizione su larga scala che produce concetti di mercato come “novità”, “originalità”, “autorialità” e via discorrendo. Semmai bisogna essere originari attraverso ciò che è già stato realizzato e ci circonda, per dirla in parole ancora più mie: essere romantici nella serialità più diffusa e invasiva. Plasmare il già fatto e dargli una diversa direzione di senso. Tutto è stato compiuto e si compirà altre volte. Valutare l’originalità o meno di un libro o di un quadro è da perdigiorno. Solo energia, stile e profondità senza separazione hanno rilievo. Spetta solo a noi il compito di stabilire i principi in base ai quali trasformare la nostra realtà. Il pensiero magico è volontà di tra- sformazione dell’esistente, non è “trucco” da televisione. Non ho eluso la tua domanda. La pittura della QRS è una disciplina anche sica che parte da questi principi. Le sue opere mi interessano come testimonianze, come frammenti di un ordine di idee che ho fatto mio, non come ne. Conta procedere oltre.

Essere “postumi”, o “inattuali”, o meglio ancora “originari” ha qualcosa di sinistro, agli occhi della modernità, come se tutto ciò che è stato fosse irrimediabilmente compromesso dall’oggi. Non a caso proliferano il dilettantismo e il pressapochismo anche nell’arte e nella letteratura. I “pentimenti” dei grandi pittori rinascimentali scompaiono nei tagli di Fontana e in ne arrivano i graf ti sui muri. Che ne pensi?

Personalmente è nel Medioevo che vedo dei riferimenti etici e operativi ancora capaci di incidere. Rappresentare qualcosa di ostile alla modernità è solo un merito. In un tempo di chiacchiericci e professionalità insigni canti, ovviamente anche i linguaggi artistici ne sono rimasti infetti. La realizzazione artistica dovrebbe rispondere a un’estetica originaria, a un sentire per affinità di sangue. Creare nuovi stati emotivi opposti al vuoto dominante è l’autentica opera d’arte. Quello che si fa chiamare civiltà è solo narcosi, un pregiudizio senza luci, come tutto ciò che fa cultura e ha sempre fatto democrazia. Lo affermo da nichilista con il senso del sacro: le mie incompatibilità sono anche somatiche.

Il tuo lavoro sembra toccare a volte il contemporaneo, o almeno alcune sue forme: penso a quelle gure che nel loro abito da “esecutivi” sfoggiano loghi che segnalano l’appartenenza anziché a una comunità o a un sodalizio, a una moderna multinazionale. Non temi che l’uso di queste immagini possa in qualche modo essere “contaminante” rispetto al tuo percorso?

Ho sempre fatto i conti con il contemporaneo. I miei modelli etici, spirituali e formali sono sempre stati estranei ai canoni della modernità, ma non non ne faccio certo un pregiudizio limitante, diciamo che sono una bussola al di sopra di ogni decadenza. Lavorare sulla classicità per me significa questo. Strumenti, linguaggi e forme molto ef caci sono anche nel nostro presente, vanno maneggiati con determinazione senza alcun timore di esserne “contaminati”. Si tratta solo di non fare proprie le mete che essi indicano. Ciò che non va mai perduto è il senso del sacro. Nel caso speci co della QRS l’uso di simboli nemici, perché tali sono, è un dirottamento di significati, una manomissione di codici che segue un ordine di idee inconciliabile con quello oggi imperante. I sabotaggi della QRS non avvengono all’interno di questo sistema di valori, ma da corpo esterno, estraneo ed ostile.

Il simbolo della QRS è un cigno, come hai detto tu, simbolo della solarità, ma anche della bellezza aerea e volatile, della genesi iperborea. Tu sei di origine emiliana, appartieni a quella fascia appenninica per cui Cycnus era il mitico re dei liguri. Fino a che punto il tuo lavoro risente del legame alla tua terra, alla tua lingua e alle tue tradi- zioni, intese come legami non di ttizie identità, ma di vere realtà storico-geografiche?

Mi fa piacere che tu abbia individuato la provenienza del cigno QRS. Di solito non ne parlo. Lascio solo delle tracce per chi vuole vederle. Desideravo un simbolo che indicasse la provenienza e il senso del progetto. È il particolare di un dipinto. La scelta alla fine è caduta su quel cigno che solca acque scure. Di certo la QRS nasce dalla tensione tra la metropoli in cui sono nato, Milano, e le montagne lungo la Via Francigena da cui discendo. È in quel campo di forze che affondano le radici del mio lavoro. Lo stile QRS è lì, in un territorio interiore e di sangue che ho dovuto demarcare anche attraverso delle ricostruzioni. Di per sé non esiste quasi più nulla di ancestrale in quell’Appennino a cui appartengo, sono rimaste solo “antiche usanze” per baracconi popolari. E i lupi avvistati sono ancora pochi per respingere gli umani. Quindi c’è molta più esattezza nel denirmi indoeuropeo. Ho dovuto letteralmente scovare, rintracciare sia una simbologia che un immaginario per dare dei riferimenti alla mia pratica artistica che non fossero le solite sciocchezze “suggestive” o Pop. Sono avverso al multiculturalismo. Ogni stirpe deve preservare il suo carattere, i suoi segni, le sue verità. Sono per la nitidezza delle differenze, per gli stili che solcano confini.

Un tema che incuriosisce tutti gli amanti dell’arte è la sua genesi. Nel tuo caso specifico, potresti spiegare come sviluppi il tuo lavoro? Hai parlato prima della rimozione degli strati superficiali che fanno affiorare il colore “interno”, atto che mi fa pensare ad alcune considerazioni di Ernst Jünger sulla “trasparente visione”, sulla bellezza af orante dal “taglio” con cui si incide ad esempio la pietra e che libera i disegni.

Parto da immagini che traggo dal usso mediatico, “visioni seriali” spesso prive di identità o attribuzione. Una pratica che ho cominciato anni fa quando intervenivo direttamente sulle foto, a volte su quelle dei miei stessi dipinti, asportando, incidendo e ridipingendone l’emulsione, in particolare quella dei carnati. Il processo “romantico seriale” prende sempre inizio da immagini generate dalla tecnologia. Prediligo lavorare su visioni oggettive evitando qualsiasi “sentimentalismo” pittorico che parta da immagini interiori. Faccio uso di archivi storici, riviste, loghi aziendali, frammenti di opere classiche e segni ancestrali. Un caos simbolico e visivo che organizzo per intagliare delle forme e ristabilire un centro da cui partire. La progressiva riduzione del colore, quasi no alla monocromia, nasce dall’esigenza di concentrarmi ulteriormente su ciò che rappresento, senza dispersioni, con intensità obiettiva. La QRS realizza quadri-scrittura.