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L’innominabile vagare | Debora Garritani

Testo di Federica Mirabella

C’è stato un tempo in cui il pensiero di uomini illustri mutò i tratti culturali di un intero continente – l’Europa – per poi diffondersi in tutto il mondo. Ebbe inizio uno dei più grandi cambiamenti esistenziali: la ferrea convinzione che grazie all’utilizzo della sola ragione l’uomo potesse trovare le risposte, sgorgate dai più tormentati angoli dell’umana condizione, per infine giungere alla felicità, colei che in ogni tempo e luogo fu osannata da santi e poeti.
Emozioni quali l’insicurezza e la paura avrebbero dovuto tramutarsi in un appannaggio dell’oscuro passato.

Dopo circa 400 anni dalla nascita di questa illusione, tra eventi oltre l’assurdo che hanno caratterizzato il secolo scorso, ci ritroviamo nel mondo plasmato della cosiddetta ragione, anzi della sua iper estensione che, con tentacoli digitali, economici e politici, si è materializzata nella nostra intera quotidianità. Si potrebbe dire che la ragione abbia raggiunto la sua massima espressione, tralasciando, o anzi escludendo e rinchiudendo in gabbie sistemiche, la sfera dell’interiorità.
Paradossalmente, pur avendo raggiunto l’obiettivo, costruito con forza e determinazione dai nostri avi, attorno a noi non c’è che caos e insensatezza, uomini e donne che passeggiano lungo le strade di questo Innominabile Attuale:

“La sensazione più precisa e più acuta, per chi vive in questo momento, è di non sapere dove ogni giorno sta mettendo i piedi. Il terreno è friabile, le linee si sdoppiano, i tessuti si sfilacciano, le prospettive oscillano…”

Insomma, secondo Calasso, viviamo l’angoscia di camminatori senza direzione tra le rovine del Novecento, il secolo amato, idealizzato e ogni giorno rimpianto.
Eppure noi quelle rovine le amavamo, erano la città eterna della nostra autocoscienza.
Siamo nell’età dell’inconsistenza, viviamo in tempi gassosi, tempi sfuggenti, dove le carte si confondono, il passato svanisce in parte preda dell’oblio, in parte in balìa dei revisionismi o della fatuità: la società contemporanea risulta impalpabile ed evanescente.
Ma non tutto è perduto, noi siamo ancora qui, concreti più che mai.

Esistono ancora dentro di noi delle isole che come bussole direzionano il nostro cammino, la lunga strada verso… verso cosa? Il cammino non ha più una meta. Bisogna abolire la convinzione di instillare un senso – il senso per antonomasia – al percorso dell’uomo e della donna su questa terra. Interiorizzare l’irrazionalità, il vortice e il caos ci farà riscoprire qualcosa di nuovo. Ed è qui che assistiamo ad un cambiamento paradigmatico: non più la ricerca esterna, tramite gli strumenti della ragione e di qualsivoglia «-logia» , ma una ricerca basata sull’osservazione profonda e sensoriale di un luogo e di uno spazio molto più familiare e vicino a noi stessi: l’Io.

Questo luogo, questa casa, è il percorso lungo il quale il lavoro di Debora Garritani, Kaukokaipuu, vuole condurci. Il tempo interrotto, la lentezza dell’essere, il paesaggio così caratterizzato, ma allo stesso tempo vuoto e inanimato, ridefiniscono il senso stesso del nostro vagare. Esso non è privo di significato, è la condizione stessa in cui l’io si forma e si nutre, trasformando pulsioni ed emozioni, apparentemente illogiche, negli esseri senzienti in cui ci identifichiamo.
La vera rivoluzione quindi è occuparsi dell’esistenza all’infuori di una legge, di una formula o di un obiettivo. Il termine stesso Kaukokaipuu – la nostalgia di trovarsi in un posto in cui non siamo mai stati, oppure la voglia di trovarsi ovunque, fuorché nel posto in cui siamo – porta con sé l’astensione della ricerca di una logicità.

La grande rivoluzione è incominciare a vivere come dentro ad una poesia di cui percepiamo ogni singola parola ed emozione, ma di cui ci sfugge la totalità del suo significato. Perché quello che conta è la pulsione a vagare nell’innominabile viaggio che è la vita.



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