La forma dell’acqua, Leandro Russo

 

La forma dell’acqua

Io avevo una decina d’anni. Un giorno vidi che il mio amico aveva messo sull’orlo di un pozzo una ciotola, una tazza, una teiera, una scatola di latta quadrata, tutte colme d’acqua, e le osservava attentamente. “Che fai?” gli domandai. E lui, a sua volta, mi fece una domanda. “Qual è la forma dell’acqua?”. “Ma l’acqua non ha forma!” dissi ridendo: “Piglia la forma che le viene data”.
Andrea Camilleri, La forma dell’acqua, 1994, Sellerio editore Palermo

Unire Leandro Russo, e i suoi lavori, all’acqua e ai libri di Camilleri mi viene facile, da sempre. Da quando l’ho incontrato due anni fa. L’acqua, la Sicilia, mai scontata e banale, raccontata dallo scrittore, le tele di Leandro sono tra le cose che amo e che qui in questa personale finalmente si incontrano.

Ho proposto a Leandro, che ha accettato subito, di intitolare la mostra “La forma dell’acqua”. I motivi sono diversi e facilmente intuibili. L’acqua è l’elemento portante del suo lavoro: sembra un paradosso ma sull’acqua si fonda il suo fare artistico, nell’acqua ha le sue radici e le sue ragioni di essere.

Uno dei personaggi del romanzo di Camilleri dice che l’acqua piglia la forma che le viene data e ho sempre pensato a questo passaggio del libro quando in studio mi trovavo davanti alle tele di Russo. È davvero così?
Lo è in parte. L’acqua, che l’artista versa letteralmente sulle tele, ha una sua forza, un suo movimento naturale, un suo andamento: si allarga, si addensa di colore in alcune zone, evapora in altre. Ma la forma da chi o da cosa è data? Certamente Leandro controlla attentamente lo scorrere dell’acqua, lo contiene oppure lo lascia andare. Ma il risultato che ne deriva è una sorta di relazione tra lui e l’acqua, la sua assistente come già una volta scrissi. Un rapporto fatto di pazienza e di attesa. Quando asciugherà del tutto, il colore avrà quella sfumatura desiderata? E la chioma dell’albero in primo piano avrà una curvatura naturale? La tecnica di Russo è dunque il risultato di una collaborazione, mi piace definirla così, tra l’artista stesso e uno dei quattro elementi naturali.

Le tele in mostra a Palazzo Coluccia appartengono agli ultimi due anni di lavori e si possono suddividere in tre serie, ben distinte, che raccontano un cammino di maturazione – personale e tecnica – dell’artista siciliano.

Del 2014 sono le tele più figurative, dove il paesaggio è facilmente leggibile e dove i colori sono un’esplosione antinaturalistica. Acque tinte di rosso, radici che affondano in una terra viola e cieli neri tuttavia restituiscono ai nostri occhi una natura sempre vera, reale e potente. E autodeterminante, data l’assenza dell’essere umano, in grado di trasformarsi e di resistere ai cambiamenti e alle violenze perpetrate dall’uomo. In questi lavori la mano ferma dell’artista che “dirige” il flusso dell’acqua, quasi come un regista, si sente in modo forte senza mai risultare forzata.

Sempre del 2014 è la serie in bianco e nero. Si avverte il progressivo cambiamento. I colori si riducono drasticamente, il paesaggio è meno definitivo, ma sempre intuibile, e diventa un luogo interiore. Qui il passo rallenta, gli occhi si concentrano sui particolari con lentezza e attenzione. È una pittura introspettiva: la natura qui è un pretesto per raccontare altro e ben si presta a una sorta di riflessione personale. A occhi inesperti qui l’assistente sembra voler fare da sola, in realtà la mano dell’artista controlla in modo ferreo l’andamento dell’acqua. Quanto più il risultato sembra casuale, tanto più disciplinata diventa la tecnica. Qui sta la capacità tutta originale di Russo.

L’ultima serie, del 2015 e quindi ancora in lavorazione, è un felice connubio delle prime due. Ma anche in questo caso c’è una progressione nella figurazione, nel tema e nella tecnica.
Qui il paesaggio, ma ormai è più corretto parlare tout court di natura, si sfalda, si scioglie in macchie di colore che si liquefa sulla tela. Qui l’acqua prende finalmente la “sua” forma. Tecnicamente controllatissima, la pittura di Leandro Russo ci pone di fronte a cellule, a brani di terra, a sovrapposizioni di elementi primordiali. In questa serie ritroviamo il paesaggio naturale e quello più intimo della natura stessa, con un invito alla lettura che spinge l’osservatore su livelli differenti in un continuo andare e tornare a un ritmo naturale, quello del respiro.

Arianna Beretta