Generica, Stefania Ruggiero

 

Inaspettatamente, la metropolitana.
di Elisa Fusi

Così diffusa, affollata, rumorosa, attraversa la città e si ferma a Circoloquadro.
Si scendono i primi gradini, si gira a destra, e senza passare dai tornelli ci si finisce dentro. Lo spazio espositivo diventa un tunnel, uno di quelli che ti portano al metrò. Così profondo, silenzioso, illuminato dai neon, da percorrere fino in fondo, fino alle scale mobili.
Tuttavia non c’è uscita, non si può proseguire oltre. Lo sfondamento prospettico rivela la sua falsità, la sua innegabile finzione pittorica. E le scale mobili sono solo una rappresentazione, più morbida, di quelle reali. Nascono dal tessuto, si attorcigliano con la seta e la lana, brillano dell’arancione della prima e si stagliano contro il rosa della seconda. Quel ferro freddo in continuo movimento meccanico assume ora la familiarità e il calore di un tappeto di casa. La scala, prelevata dalla vita metropolitana e sottratta al grigiore, è immobile di fronte a noi, imponente come una moderna icona bizantina, impreziosita dalla nuova collocazione e perfetta nel suo tracciato. La salita e la discesa accennano una profondità, sono esattamente una l’inverso dell’altra e, a seconda di come le si osserva, appaiono tra loro interscambiabili. L’occhio viene ingannato ancora una volta, ma da vicino può cogliere il gioco delle fitte trame a sbalzo che movimentano la superficie.
Come quest’opera, la produzione di Stefania Ruggiero nasce dall’esperienza quotidiana e dalla relazione diretta con la vita reale, quella di tutti i giorni, in cui si incrociano numerosi volti ignoti, ciascuno impegnato a seguire una propria direzione. Sono proprio quelle persone, incontrate per strada, in metropolitana o in una fotografia, a diventare materia pittorica: sulle pareti si affacciano tante storie, tutte diverse e tutte sconosciute, ognuna immortalata in un’istantanea in cui i personaggi sono sorpresi nel loro privato, a mangiare o a farsi un bagno. La loro identità si nasconde dietro a una rappresentazione che volutamente riduce i tratti somatici a pochissimi dettagli, come la bocca o il profilo del naso, prossimi a quelli di un pupazzo o un personaggio dei cartoons.
Generica arriva da qui, dall’osservazione che ogni gesto, comportamento, attività che ci contraddistingue è condiviso anche da tanti altri, e che potremmo essere noi quelli rappresentati sulla tela, a casa di amici o lungo un corridoio che porta al metrò. Sono i dettagli a dare unicità alle cose, e una volta eliminati ogni persona si rivela uguale alle altre, compie la stessa routine, si circonda degli stessi oggetti.
Cancellata qualsivoglia manifestazione emotiva insieme alla fisionomia dei volti, è il colore antimimetico e freddo a smascherare l’amarezza e l’ironia di una vita che si rivela artificiale, programmata, meccanica come una scala mobile. Gli accostamenti cromatici colmano ciò che il disegno tace, stridono e fanno a pugni sulla tavolozza ristretta e selezionata di Ruggiero, composta da rosso intenso, rosa acido, arancione opaco, azzurro elettrico, verde olivastro e nero. Si dispongono sulle tele e sulle carte in larghe campiture piatte, realizzate con lo spray e l’acrilico, a cui si alternano strati più materici, restituiti dalla morbidezza del pastello a olio. A questi materiali si aggiunge anche il marker, che, insieme al pastello, tratteggia le silhouettes di soggetti e oggetti a partire dalla sagoma dei loro contorni.
La linea di discendenza grafica si incorpora alla pittura – come già la lana nella seta – e circonda i volumi dando forma a qualcosa di evanescente, trasparente nel momento in cui lascia affiorare ciò che cela alle spalle. Così sono i personaggi: sagome bidimensionali che si muovono nello spazio senza occuparlo e senza proiettare alcuna ombra, in bilico tra presenza e assenza, tra corpo e smaterializzazione nell’attesa che succeda qualcosa di inaspettato. Proprio come la metropolitana, che quando ancora non si vede già si preannuncia. Prima o poi, arriva.

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