Dormi, ché domani arriva presto

Cos’è una casa?

Nel 1983 Tonino Guerra collaborò con Andrej Tarkovskij alla realizzazione di Nostalghia. Contemporaneamente, i due girarono in parallelo un altro film-documentario: Tempo di Viaggio. All’inizio, quando i due s’incontrano, Guerra legge a Tarkovskij una sua poesia, scritta per l’occasione. Cito a memoria alcuni versi: “Io non so cos’è una casa, è un cappotto, o un ombrello se piove?… sembra che non voglia uscire mai. Allora è una gabbia?… Ma la roba che ci siamo detti oggi è così leggera che non resterà chiusa qui”.

Non so se Fabrizio Segaricci ha visto il film. Ma non importa. Dopo tutto, l’ispirazione è un radar che, a volte, segnala rotte riconoscibili solo alla fine del viaggio.
Insomma, per farla breve, pur trattandosi di una situazione molto diversa, nel pensare ai i suoi lavori più recenti – chissà perché? – mi è tornata in mente tutta quella lontana faccenda.

Cercherò di spiegarmi meglio. Prendiamo il video Sono nato in casa. Segaricci assembla indizi visivi raccolti lungo un percorso per lui abituale: intorno alla casa dei genitori, nei pressi del Trasimeno, eccetera. Monumentali pioppi. Canoe abbandonate. Sgangherati campi da calcio. Il vento insistente.
La macchina da presa si sofferma per qualche istante e poi riparte. Niente retorica del paesaggio abbandonato. Né la seduzione crepuscolare delle piccole cose. Le immagini, pur caratterizzate da un forte dinamismo, sono prive d’intenti narrativi. Semplice registrazione. Con quel tanto d’inquietudine irrazionale, dovuta al ritmo convulso e al rumore dei passi sulla ghiaia.

Non c’è, in quel lavoro, la ricerca del particolare significante. Non il climax dell’attimo perfetto, faustiano. Piuttosto, è l’attrazione per il dettaglio allusivo. L’incrinatura nella compattezza del reale, che si fa ponte tra noi e l’esterno da noi.
Così come nel Tarkovskij “paesista”, però, è lontana ogni tentazione contemplativa. L’interiorizzazione della natura, qui, non è adesione panteistica, o estatico (e passivo) rapimento davanti alle bellezze del panorama; diventa un’attività modificante. E la percezione è un atto di volontà selettiva. Scegliamo ciò che interessa ed evitiamo il superfluo. Pertanto, ogni rappresentazione dello spazio ne costituisce – più o meno involontariamente – anche una rielaborazione materiale.

Ma andiamo oltre. Questo discorso, infatti, si estende e approfondisce anche nell’altro nuovo video, Mi hanno mandato una volta in colonia e mi sono perso. L’orizzonte è preso da una qualche spiaggia non ben identificata. L’inquadratura è bassa. Per metà lo schermo è occupato dalla sabbia. Sopra, il cielo e una sottile striscia di mare. Le tipiche attività balneari (passeggio, giochi e schiamazzi…), nel mezzo. Ma la scena è concentrata tutta nel primo piano. Il grigiore ravvicinato della sabbia. La sua granulometria. L’immota staticità della terra.

C’è una scena simile, in Tempo di Viaggio. La telecamera è immobile, puntata verso un dosso appena arato. È una ripresa apparentemente statica. Un estenuante gioco di attese. Mentre lo sguardo si fissa nel centro dell’immagine e la terra sembra palpitare.
A un certo punto Tonino Guerra, in sottofondo, dice che la terra è bella perché è uguale ovunque, in Toscana, in Romagna, in Russia…

Ultimamente Segaricci sembra trascurare il carattere “militante” dei primi tempi. Apparentemente per recuperare all’arte una sensibilità – come dire? – più universale. La memoria. Il conflitto con l’incedere del tempo. La riflessione sul paesaggio antropizzato. Eccetera.
Nonostante tutto, però, nell’equidistanza sia dal contingente politico, sia dalla mistica dell’opera “eterna”, la nuova serie di opere sortisce un effetto laterale, forse inusuale, ma non dissonante con la produzione precedente. Al contrario.

Siamo abituati a chiedere all’arte delle risposte. Estetiche, cioè attinenti al Bello, nel migliore dei casi. Etiche, quando invece esageriamo. Non perché l’arte sia priva di una sua intrinseca attitudine morale. Anzi. L’errore sta nell’attribuirle una facoltà salvifica, un indirizzo finalistico.
Personalmente, credo che oggi l’arte sia soprattutto uno strumento espressivo. Con in più un coefficiente riflessivo e un’assunzione di responsabilità pubblica, che la mettono sul piano dell’attività critica. Come a dire che l’esame si sostituisce al risultato. Il processo alla realizzazione.

Forse non c’è bisogno di ricordarlo, ma stiamo attraversando un momento di straordinaria emergenza. Ogni certezza è frantumata. Non solo il posto fisso, la famiglia o il mutuo, ma l’assetto stesso della nostra progettualità si è sbriciolato. Siamo senza prospettive. È difficile perfino sperare in un miglioramento futuro.
A questo punto, di fronte al crollo sistematico delle convenzionali strutture sociali, vengono meno anche le coordinate esistenziali. Mancando qualunque rassicurante parametro di riferimento siamo obbligati a ricercarne di nuovi. Bisogna ricostruirsi.

In tempo di crisi, guardarsi indietro (e dentro) è certamente un esercizio che fornisce qualche momentanea illusione di salvezza. In questo senso, anche Segaricci ha imboccato una via di ricerca identitaria. Però, nonostante il movimento sia chiaramente centripeto, non è sicuramente un ripiegamento intimista.
Prendiamo l’affermazione di Lucy Lippard secondo la quale: “Un’arte politica non deve avere necessariamente un tema politico per avere un effetto politico”, e allora vedremo che Segaricci segna la coerenza del suo percorso trasportando la pratica artistica verso il registro dell’astrazione formale. Infatti, azzerando l’impianto discorsivo (di narrazione lineare), adesso si serve delle immagini per sottolineare il rapporto tra un mezzo (l’operazione artistica “impegnata”) e un fine (il cambiamento delle condizioni sociali) dove il secondo termine è al di là della nostra portata.

Concludiamo. Accertato che ogni espressione creativa implica il contesto in cui si sviluppa, la tensione avvertita in queste opere è la traduzione visiva di una compressione, una frustrazione (etica, estetica, civica,) non più personale, ma collettiva.
Purtroppo, non è più tempo di eroi, di titani che ci spiegano il mondo. Per ora, non rimane che l’analisi della nostra realtà, in mancanza di una sintesi accettabile. O, come si può evincere anche dal tono generale di questo scritto, l’interrogativo, il dubbio, le domande che si sostituiscono alle risposte.

Maurizio Coccia

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