Della stessa sostanza

Della stessa sostanza
Arianna Beretta

We are such stuff
As dreams are made on; and our little life
Is rounded with a sleep
William Shakespeare, The Tempest, 1611
 
Siamo fatti anche noi della sostanza
di cui son fatti i sogni e nello spazio e nel tempo d’un sogno
è racchiusa la nostra breve vita.
William Shakespeare, La tempesta, 1611

Un piccolo appartamento e uno studio spazioso, entrambi a sud di Milano a pochi passi l’uno dall’altro. La visita inizia in un bel pomeriggio di sole: è un settembre caldo e umido che sa ancora di vacanze. Come sempre mi accompagna un senso di strana felicità: entrare nello studio di un artista significa avere accesso a spazio privato.
Andrea Fiorino e Riccardo Gusmaroli non si conoscono ancora e hanno storie differenti, eppure sono vicini di casa. I loro spazi li rispecchiano. Una piccola abitazione piena di oggetti e soprattutto di tele e colori ovunque – sui tavoli, per terra, sugli armadi, perfino fuori sul balcone – quella di Andrea; uno studio luminoso e ordinato, dove sui tavoli si stendono carte e tessuti particolari e ricercati e fila di uova si allineano bianche come in un museo di storia naturale, quello di Riccardo.
Due lavori diversi, due uomini diversi per formazione, storia e scelte artistiche. Ma quando, durante la cena, ci si lascia andare alle chiacchiere, ai ricordi, alle domande, agli aneddoti e sento parlare Andrea e Riccardo del perché sono diventati artisti e cosa sognavano per sé, mi vengono in mente i versi di Shakespeare. Non forse forse fatti della stessa sostanza?

E in un primo momento, proprio di sogni mi sembrano parlare i lavori di questi due artisti: Fiorino con i suoi brani di cielo stellato e Gusmaroli con le sue superfici dorate e musicali.

Il sogno di uno solo è l’illusione, l’apparenza; il sogno di due è già la verità, la realtà.
Che cos’è il mondo reale se non il sogno di tutti, il sogno comune? 
Miguel de Unamuno

Il cielo stellato di un nero profondo e puro, cifra dell’ultima serie di tele di Andrea Fiorino, riporta alla dimensione della notte e del sogno. Ma il giovane artista siciliano qui richiama il mito della “pietra nera”. Assecondando il suo interesse per la cosmogonia, che già aveva indagato nei lavori presentati per Lost paradise, la sua prima personale a Circoloquadro nel 2014, Fiorino studia e analizza un mito che appartiene, declinato in modi e con sfumature diverse, a tutte le culture, dal profondo Nord Europa, all’antico Egitto, all’Iran fino al Giappone.
In tutte le civiltà esiste infatti la narrazione di una pietra nera caduta dal cielo e poi venerata dagli uomini. In Asia Minore nasce il mito di Cibele, la Grande Madre, materializzata in una grande pietra nera e conosciamo forse meglio la Pietra Nera della Mecca, ma sono molte le storie affascinanti legate alla pietra. Per tutte le culture essa è un segno della presenza divina e lo strumento che connette l’uomo alla divinità stessa. Il carattere incorruttibile e stabile della pietra non fa che confermare la sua potenza soprannaturale. Plinio il Vecchio nella sua Naturalis historia parla di una pietra che “imprigiona il bagliore delle stelle”. La cosiddetta litolatria, ovvero il venerare pietre, dimostra la necessità dell’uomo di credere in qualcosa di misterioso e irrazionale che proviene da altri mondi.
Naturalmente oggi sappiamo che le “pietre nere” non sono che meteoriti, ma la fascinazione di questo mito è ancora molto potente e i lavori di Andrea Fiorino ne sono una prova.
Il desiderio di infinito, di un universo altro, di religiosità – se la vogliamo definire in questo modo – di sogno, di mistero, di qualcosa “di più grande” è ben rappresentato nelle sue tele dove c’è sempre un giovane uomo che osserva con attenzione o che tenta di toccarla, passando quasi in un’altra dimensione, come nel grande lavoro “Cadde dal cielo”, o che cerca di possederla, prendendola in mano senza troppa forza, quasi con timore.
Rispetto ai lavori precedenti qui Fiorino opera per sottrazione, abbassa la gamma dei colori, punta l’attenzione ai particolari, come per il close up “Osservando la pietra”, e soprattutto trasporta il suo personaggio in interni contemporanei. Il protagonista delle tele è lo stesso Andrea che parte dal particolare e sembra parlare di se stesso, ma sta in realtà descrivendo una condizione e un desiderio che sono universali. È la condizione dell’uomo oggi. Il desiderio di capire, di possedere, di “mangiare” questo infinito è talmente potente da invadere anche il corpo e in particolare il viso, specchio dell’anima che diventa qui un immenso e profondo cielo stellato.

Gli spazi oro e neri di Riccardo Gusmaroli, che qui raccoglie per la prima volta in una mostra, si prestano, come è nell’intento del loro autore, alle interpretazioni di chi si ferma ad ammirarne l’armonia e la musicalità. L’artista non vuole obbligare a una lettura univoca, come sottolinea anche Ivan Quaroni parlando del suo lavoro: Levità e ironia si esprimono, nell’opera di Riccardo Gusmaroli, tramite la capacità di trasformare la realtà ordinaria in un’esperienza straordinaria. È un modo di osservare il mondo, di ripensarlo, per aprire la mente a nuove possibilità cognitive e a nuove categorie interpretative*, ma è pur vero che questa nuova serie di lavori contiene in sé una potenza nuova.
E se Fiorino parte dal particulare per parlare dell’uomo, Gusmaroli ha fin dall’inizio uno sguardo universale. I materiali che utilizza fanno parte del quotidiano – carta, mappe, uova, fotografie – ma in questo caso rientrano a pieno titolo nella storia che stiamo vivendo. L’oro caldo e luminoso dei suoi lavori è dato dalle coperte termiche: sottili fogli di materiale plastico, che oggi purtroppo vediamo sempre più spesso nelle cronache in televisione e nei telegiornali, che servono a scaldare corpi di uomini e donne in difficoltà.
Stupisce anche pensare a come l’artista realizza questi lavori: i fori sono dati o dall’incisione di una lama affilata o dalla battuta secca di uno strumento pesante e tagliente. Un gesto duro, potente, preciso che non ammette errori.
Sotto i fori sorprende un velluto nero: da sempre Riccardo Gusmaroli accosta materiali diversi tra loro, ma qui la vicinanza stride per chi la sa cogliere. Un materiale plastico estremamente povero e una stoffa preziosa insieme narrano delle contraddizioni del nostro tempo.
Il suo lavoro diventa così la fotografia – e fotografo Gusmaroli lo è stato davvero – della realtà e di quello che l’uomo sta vivendo, ma Riccardo lo fa con il suo consueto modo di fare, quello che lo contraddistingue anche nei rapporti umani, con delicatezza e animo gentile.
L’armonia musicale e l’andamento dei fori, l’oro caldo della coperta termica, il velluto nero, morbido e consolatorio, non devono ingannare: Riccardo Gusmaroli sta raccontando l’umanità e il suo tempo. Senza perdere mai la speranza.

Essere artista ha sempre significato possedere ragione e sogni.
Thomas Mann

Particolare e universale, ragione e sogno. Non sono forse fatti della stessa sostanza?

*Ivan Quaroni, Elogio delle levità, 2014, Allemandi & C.

 

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